Il silenzio del luogo sacro

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
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Vivere una vita cavalcando l'evasione da tutto e da tutti, sostanzialmente significa rimanere stupidi ed ignoranti: prima o poi l'evasione finisce, e ci si ritrova soli, alla mercè della paura e soffocati da atroci sofferenze.
- Nota dell'autore Insideyou

Testo: Il silenzio del luogo sacro
di Insideyou

Sino a quando ci rifugeremo in noi stessi, apparendo in ogni rapporto attraverso un’immagine ideale di ciò che vorremmo essere ma che non saremo mai, continueremo ad essere divisi: innanzitutto in noi stessi, lottando cruenti battaglie per diventare qualcosa, ed irrimediabilmente dopo con il mondo intero, nella speranza che possa risaltarci con l’egocentrica ambizione e convinzione che tutto ci sia dovuto.

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Il sepolcreto sorgeva discreto nei pressi di quell'antica e sfarzosa fortezza, nel tempo ricostruita più volte da mani pagane e talvolta anche da quelle cosiddette religiose: resti adesso inermi delle grosse mura che la difendevano dai barbari e dagli stranieri erano infatti tutt'ora osservabili da un occhio attento e scrutatore ed una delle torri che accoglieva l'arciconfraternita dove si trovava l'ossario, si stagliava ancora fiera nei cieli soleggiati ed afosi di quell'estate. Il mare non doveva essere lontano da quel posto, si intravedevano infatti stormi di gabbiani volteggiare in alto ed uno di loro giaceva morto proprio vicino ai resti di un grande rudere.

La morte ha una sua elegante dignità: la sua imperiosa e temuta austerità modella il silenzio profondissimo che l’accompagna e la sua misteriosa bellezza risiede proprio nella fine del vecchio che deve necessariamente fare spazio al nuovo, per non ripetersi più.

Gruppi di persone pregavano assorte disciplinatamente, alcune di loro erano prostate dinnanzi all'avello del loro caro, osservandone la lapide con uno sguardo contrito, triste e rapito dai ricordi. Una mistura insondabile di cere disciolte, incensi aromatici e plastiche bruciate di lumini divelti dal calore delle loro stesse fiamme riempiva quei secolari sentieri di una calma strana, quella che anticipa le tempeste imminenti, oppure quella sottile della paura di scoprire proprio ciò che si era immaginato. Al di sotto delle fondamenta di ciò che rimaneva della cittadella, c'era l'accesso all'ossario: grandi croci, teschi antichi, simboli ed immagini religiose obbligavano i visitatori all'inchino, al saluto della devozione, all'invito implicito di versare l'obolo in un grosso ambone di zinco posizionato al lato, con tanto di possibilità di elargire l'oblazione anche nel moderno formato elettronico.

Un'enorme lapide antica riportava una scritta in diverse lingue che recitava: silenzio, sei in un luogo sacro. Molti si fermavano prima di accedere ai locali e rimanevano qualche istante a fissare quella stele, zittiti dalla tensione di non essere realmente redenti ed in grado di valicare l'androne con l'adeguato rispetto e la riverenza per i defunti. Una colonia di gatti osservava curiosamente con attenzione quegli umani, il loro sguardo fisso ed intenso che li incrociava, penetrante e fulmineo, raggiungeva delle profondità sconosciute dal vedere, al punto da indurre i passanti spaventati a scacciarli, o a cambiare direzione per aggirarli.

Che cos'è il sacro? Perché si associa il silenzio al sacro? E che cosa rappresenta la sacralità di un luogo? I simboli? Le scritture? Le statue? I suoni? I profumi? La morte? Si può accettare tutto ciò passivamente, senza chiedersi realmente se c'è un sentire cui possa essere dato veramente il nome di sacro? E quel nome, non deriva forse dalle influenze ricevute, imposte, sperimentate o vissute?

Per investigare il sacro, il luogo sacro, il silenzio del sacro ed il silenzio che avvolge un luogo sacro, non dovremo essere innanzitutto liberi interiormente da tutti questi nomi, misure, riconoscimenti e confronti?
Chi dice che questo è sacro e quello non lo è, non è forse l'uomo?
Se lo dice dio invece, chi ascolta, non è sempre l'uomo?
L'uomo che lo dice o l'uomo che lo ascolta per poi ripeterlo, non sono la stessa cosa?

Come fa l'uomo a dirlo o ad ascoltarlo? Con i sensi, no? I quali pongono una reazione attraverso il pensiero che memorizza l'ascolto per poi ricordarlo, oppure associa ad una rappresentazione, ad esempio di un luogo o di una effigie, la parola sacro, che deriva dalla sua immagine di sacralità che è in lui sotto forma di conoscenza, che reagisce al vedere e che la misura nel visto denominandolo appunto sacro.

Dunque per approfondire tutto questo occorre investigare il pensiero. Il pensiero è sacro? Che cos'è il pensiero? Esperienze, ricordi, memorie, influenze, sensazioni, influssi, emozioni, credenze, paure, sfondi culturali, desideri, ferite e la stessa coscienza che reagisce agli stimoli, sia essi esterni che interni, non è forse pensiero?
Non è un movimento di riconoscimento, di acquisizione e di misurazione, che dipende proprio dalla conoscenza?
Conoscenza tecnica e psicologica, che formano, strutturano e modellano la memoria, la cui reazione attraverso i sensi, manifesta il pensiero e con esso il pensatore, no?

Se non c'è memoria, c'è forse pensiero?
Il pensiero può muoversi nell'irriconoscibile o nell'incommensurabile?
Il movimento del pensiero nei ricordi, non genera anche il tempo?
Che è la misura del prima, del dopo e dell'adesso?

Se la memoria può essere espansa, sicuramente attraverso l'esperienza, allora ciò implica che si può sommare ad un limite un ulteriore limite, ma la memoria rimane pertanto e comunque sempre limitata. Se la memoria è limitata, il pensiero può dunque essere illimitato?
Se la memoria è misurabile, il pensiero può essere infinito?
Il sacro è dunque limitato?
Il sacro è quindi materiale?
Il sacro è allora finito e misurabile?
Il sacro può essere confinato nella conoscenza umana?
Il sacro è soggetto al tempo e dunque ai ricordi?

Si scopre allora che il pensiero non solo non può essere sacro, ma non può coglierlo, dato che il suo processo è materiale, limitato, misurabile e soggetto al tempo che esso stesso esprime nel muoversi nella memoria che lo costituisce. Se tutto ciò è vero, come può allora l'uomo, che è di fatto un essere pensante, toccare il sacro? Ed il silenzio, che cosa vuol dire allora? Rimanere inerti senza suoni, ma in balìa comunque e sempre del rumore del pensiero interiormente, è silenzio?

Non può essere questo il silenzio, non è vero?
Solamente quando l'uomo realmente scopre di non essere altro che un movimento reiterante tra residui di esperienze, può vedere la verità della sua falsità. Osservare questa meccanicità in azione, le straordinarie direzioni che intraprende per non rimanere immobile, le incredibili illusioni che proietta per reiterarsi, è ritrovarsi nel silenzio del vedere ciò che si è, senza saperlo.

In quell'immensità, forse c'è il non noto: ma non si può dire, la parola non è la cosa, quell'istante non ha un posto finito per introdurvi il tempo e quello si, che è un luogo sacro, ma l'uomo non potrà mai, fortunatamente, calpestarlo e violarlo con l’esperienza. Ma può astutamente inventarlo, dicendo che c'è, convincendosi che è quello, ma questa, è la sua miseria, il suo rifugio, la sua illusione; è esso stesso, sotto il falso nome di sacro: lo riesci a vedere?
Quella visione quieta, è silenzio.

Il silenzio del luogo sacro testo di Insideyou
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